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Antonello Nicola Cassan

Roseto del Drago

Via Ginnasio, 19

Ponte In Valtellina, 23026, Italia

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Roseto del Drago

Via Ginnasio, 19, Ponte In Valtellina, 23026, Italia

STORIA DEL ROSETO DEL DRAGO DI CASA CASSAN



Ponte in Valtellina è un borgo medioevale, ricco di storia consolidatosi a est dell’ampio conoide del torrente Ron, ad ovest del torrente Val Fontana in posizione sicura, racconta ancora le sue origini, il suo sviluppo economico e culturale attraverso una architettura contadina e religiosa armonicamente legate agli innumerevoli palazzi di una nobiltà illuminata e colta.
Segni di un insediamento molto antico sono presenti a monte dell’abitato, la pietra di San Rocco (IV sec. a. C.) e la stele funeraria di Canino Sissio (III sec. d. C.) documentano un solido avvio del processo di antropizzazione che raggiunge l’apice nel Medio Evo.

Casa Cassan è una dimora storica, iscritta A.D.S.I. e luogo del cuore FAI, dall’impianto irregolare, cresciuta inglobando almeno due distinti corpi di fabbrica risalenti al Quattro-Cinquecento. Già dimora dei nobili Quadrio Peranda, a fine Settecento passa alla famiglia Gerosa-Foppoli-Cassan che tuttora la abita. Ora vive qui Antonello Nicola Cassan e ospita il “Roseto del Drago”.
Il complesso nel suo insieme offre l'opportunità di prenotare in esclusiva il proprio spazio per soggiorni indimenticabili, eventi, mini wedding, ed è destinato, dal Comune di Ponte in Valtellina, alla celebrazione di matrimoni e unioni civili.
Il progetto, si propone di promuovere lo “Spirito di Valtellina” facendo rivivere oggetti, arredi, storie, personaggi che hanno popolato nei secoli la dimora, restituendo così a ciascun ospite o visitatore una esperienza immersiva reale non virtuale.
Passare da una stanza all’altra, su e giù per ballatoi e gradini, permette di immergersi nel vissuto di una famiglia contadina, borghese benestante con un goccio di sangue nobile, che tra Otto e Novecento ha saputo far vivere questi spazi in funzione di una economia domestica, al contempo imprenditoriale e contadina, rispettosa della cultura del luogo.

Il complesso si affaccia su via Ginnasio con i corpi di fabbrica più recenti, edificati fra Otto e Novecento, ed è qui, tra un glicine e un pergolato, che prende avvio un racconto a ritroso nel tempo, sul filo dei ricordi, tra evidenze storiche e suggestioni.

Gli appartamenti per gli ospiti sono stati ricavati negli uffici del bisnonno Carlo Gerosa, per tutti il “Carlin Gerosa”. Ingegnere e agrimensore, sul finire dell’Ottocento aveva la concessione della miniera di piombo argentifero “Santa Margherita” in Val Fontana. Si deve forse a lui la sistemazione delle facciate, rese moderne con sapienti tinteggiature senz’altro eseguite su disegno d’architetto.
Lo stabile sulla destra, con accesso dall’ampia terrazza, esprime il gusto del suo tempo nei motivi floreali di gusto liberty dipinti nel fregio sotto la gronda, sopra le aperture e negli spazi tra le finestre.
Il corpo di mezzo, movimentato da una strategica rientranza riparata dallo sporto del tetto, esibisce invece un pittoresco trompe l’oeil di gusto mitteleuropeo, ispirato ai tradizionali chalet di montagna, con tanto di graticcio, finte finestre e pannelli con decoro a tralci lignei.
In alto, lungo la falda del tetto, funge da raccordo visivo l’orlo a lambrecchini in legno intagliato, che può sembrar fisso ma è invece basculante, per consentire l’apertura delle persiane. Più in basso, un delizioso ballatoio collega i vari corpi della casa e offre suggestivi scorci e un punto di vista privilegiato per ammirare la facciata, restaurata in epoca barocca, del palazzo di fronte, appartenuto ai Guicciardi dei Cavalieri di S. Stefano e forse collegato a Casa Cassan mediante passaggi sotterranei di antica memoria. Diamo rilievo al portone litico in pietra di Tresivio (cava del Calvario chiusa in epoca settecentesca) sormontato da un affresco raffigurante la Vergine con il Bambino e sant’Antonio da Padova

Nell’osservare il ballatoio in pietra, il visitatore attento non faticherà a scovare le feritoie di una colombaia, trasformata in stanza da bagno e decorata dalla madre del proprietario, Maria Luisa Bonutti, che in gioventù aveva frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Venezia e della cui vena creativa si avrà modo di parlare. Altro dettaglio curioso si conserva dove il ballatoio intercetta la rientranza della casa: questo spazio è particolarmente riparato e su una parete è stato dipinto un paesaggio a tinte tenui, adoperato come fondale per le foto-ritratto da un fotografo che qui aveva il suo studio nei primi del secolo scorso.

In cima alle scale un delizioso portalino rinascimentale introduce all’antica cappella gentilizia o ambiente signorile, nobilitato da pitture devozionali con i resti di un affresco votivo di fine Quattro-inizio Cinquecento. Vi sono raffigurati i santi Eligio (l’originale donato alla parrocchia e ora nella chiesa di San Maurizio), Antonio abate e Nicola da Tolentino, ma forse il ciclo era più esteso: Uno di questi affreschi fu donato alla Parrocchia di Ponte dove è tuttora visibile nella chiesa di S. Maurizio.

Il successivo ambiente, in passato adibito a fienile e lastrico dove si batteva la segale ora chiamato Giardino d’Inverno, anticipa la vista e l’accesso ad un giardino inaspettato.

Guardando Casa Cassan dalla strada, non si sospetta l’esistenza di un parco, né tantomeno di un’ala rustica e di una seconda corte aperta verso il verde.
La corte rurale, in origine tutta acciottolata, era quanto mai utile per il disbrigo di molte faccende: sotto il portico si faceva il bucato e si macellavano i maiali; sul retro c’era la stalla che i maiali condividevano con le mucche, naturalmente separata da quella per il ricovero dei cavalli.
In una delle due stalle trova collocazione un piccolo museo etnografico con tutti gli oggetti d’uso della casa, ritrovati e restaurati.

Tra Otto e Novecento l’intero corpo sporgente verso il giardino era ormai destinato alle attività produttive: nei locali sopra il portico si allevavano i bachi da seta e si facevano essiccare le uve per produrre lo “Sfurzat”, mentre il cuore antico del complesso ‒ quello dove sono stati rinvenuti gli affreschi ‒ era stato trasformato in deposito e fienile. Ma che uso si faceva di queste costruzioni, fra Quattro e Cinquecento? Una cosa è sicura: a quel tempo l’area doveva avere un aspetto molto diverso, in quanto la maggior parte degli stabili che vediamo oggi, non esistevano; in compenso ne esistevano altri, andati perduti.
Quanto ai terreni, dobbiamo immaginarli intensamente coltivati ma disegnati da muretti a secco disposti diversamente, in ragione anche di un differente frazionamento delle proprietà. Inoltre, il territorio alle spalle del complesso non era tagliato dalla strada panoramica Sondrio-Teglio, tracciata negli anni settanta del secolo scorso, e le balze terrazzate risalivano il versante, sin dove comincia il bosco.
Nel paesaggio attuale esiste tuttavia un elemento di non poco conto, riferibile a stagioni lontane, forse persino ai secoli che hanno visto nascere il borgo: si tratta dei muraglioni del Valón, l’avvallamento che delimita a occidente il giardino di Casa Cassan e che aveva la funzione di convogliare le acque provenienti dall’ampia zona boscosa a monte dell’abitato, potenziale minaccia in determinati momento dell’anno. E chissà, forse è sempre esistita anche la sorgente d’acqua potabile che sgorgava in cima alla proprietà dei Cassan.
Abbracciato dai vigneti e dalla scenografica quinta delle alpi Orobie, il giardino si concede oggi in un susseguirsi di dislivelli erbosi e muri in pietra, tra rose e ortensie, piante da frutto e verdure dell’orto e mille profumi di piante aromatiche. Un ambiente da fiaba, che nasconde i suoi segreti. Per anni, a cavallo del Valón, si è combattuta la “guerra dell’acqua”. Questa storia c’entra con la sorgente, con i Cassan e il loro diritto di captazione, con il vicino che tentava di dirottare l’acqua verso i suoi terreni e con il “Carlin Gerosa” che, armato di schioppo, si riprendeva quel che era suo; per fare scorta d’acqua, il bisnonno costruì persino una grande vasca di raccolta.
C’entrano con la sorgente anche i resti di antiche condutture in pietra, ritrovati sistemando il giardino, dove ancora oggi si contano una dozzina di rubinetti, e persino il muso di cinghiale in pietra che rifornisce d’acqua una vasca monolitica, adattata a far da fontana. Non a caso uno degli appartamenti della casa vacanze è stato chiamato “La Sorgente”.

Oggi la corte è lo spazio per l’accoglienza, e l’ottima acustica ha consentito di organizzare memorabili momenti di canto e musica. Uno spazio aperto allo sguardo di chi passa, ma non era così un tempo, quando al posto del cancello c’era un grande portone in legno che ha trovato nuova collocazione in fondo alla corte ma per tornare sulle orme del “Carlin Gerosa” bisogna scendere nella cantina ottocentesca, dove ancora si conservano botti in cemento internamente rivestite in lastre di vetro, costruite sul posto dalla nota ditta Borsari di Zollikon presso Zurigo.
Questa non è l’unica cantina: se ne contano altre tre e persino un torchio accessibile e restaurato. Del resto l’estesa proprietà terriera a monte della casa era coltivata a vigneto e la lavorazione dei grappoli avveniva entro le mura domestiche, tant’è che nella corte c’era una pesa per le brente d’uva (rimossa), mentre ancora esiste il masso su cui venivano appoggiate.
Questa prima corte deve la sua eccentrica articolazione alle modifiche intervenute nel corso dei secoli. Se le due campate sotto la terrazza sono state aperte negli anni ottanta del secolo scorso, replicando le fattezze delle due campate già esistenti, è senz’altro più arcaico il “posteggio coperto” per il calesse, con passaggio verso la retrostante stalla per il ricovero dei cavalli. Qui si trovano gli ingressi agli appartamenti del corpo gentilizio, il cui nucleo più antico apparteneva, in origine, alla contigua Casa dei Quadrio Peranda.
Un glicine ingentilisce la scala a doppia rampa che conduce al piano nobile, oggi spazio-eventi e suite per gli ospiti, dove un lungo e stretto corridoio collega stanze allineate in bell’ordine su entrami i lati. Gli ambienti di sinistra ricevono luce da finestre che affacciano sulla pubblica via e sono fra loro collegati, così da sembrar quasi un unico spazio; in realtà ciascuno esibisce la propria cifra distintiva e si carica al presente di nuovi significati, con le dediche ai ceppi familiari che hanno incrociato l’esistenza del padrone di casa.
Il primo gode di un affaccio sulla corte ed è coperto da un semplice soffitto piano, residuo di un’antica stua.
Il secondo è affrescato con effetto trompe l’oeil, come si confaceva nel Seicento agli spazi di rappresentanza: sulla volta e nelle lunette, si dispiegano finti cornicioni, balaustre, tendaggi e racemi, entro cui trovano posto angeli reggi-medaglioni e figure non meglio identificate, tranne forse un San Gerolamo. Una curiosità: l’armadio a muro con le ante dipinte è una sorta di frigorifero naturale, per via di un furbo condotto che cattura in cantina refoli d’aria fresca.
L’ultimo è inondato di luce naturale, perché sull’altro lato della strada si distende un ampio giardino patrizio. Apparteneva originariamente alla casa contigua e denuncia la sua estraneità costruttiva per la quota inferiore del bel pavimento in pietra locale e per la diversa soluzione di copertura, un soffitto voltato recante al centro un medaglione con affrescato lo stemma dei Quadrio Peranda.
Questa è la sala destinata bozzetti di maioliche realizzati dai genitori, Maria Luisa (diplomata all’accademia di belle arti di Venezia) e Carlo (laureato in chimica autore del libro “Salute e bellezza”, pubblicato nel 1947, espressione dei suoi studi della sua passione per le piante officinali, da adoperare a scopo curativo, in alternativa alla farmacopea ufficiale), entrambi restauratori di maioliche antiche ingaggiati dai più importanti musei italiani e collezioni private. A monte di una tanto strana collezione sta il fatto che per intervenire al meglio su pezzi originali di grande pregio si rendeva necessario produrre, ad uso interno del laboratorio, pezzi finto-antichi su cui sperimentare attrezzi di lavoro e verificare materiali colori e smalti, insomma piatti e vasellame che, per intuibili ragioni, non prendevano la via del mercato, ma rimanevano tra le mura domestiche. Decenni orsono proprio qui, nella fessura di un muro, è stato rinvenuto un coccio di maiolica della metà del Trecento che senza dubbio sarebbe stato buttato via, se non fosse capitato tra le mani di intenditori. Piace riferire l’episodio come segno premonitore rispetto all’allestimento di questa “Esposizione di ceramiche”, ma forse ancor più interessante è desumerne che in questa casa, in un momento imprecisato, si è fatto uso di stoviglie di pregio.
Gli ambienti sulla destra del corridoio erano stanze da letto e oggi una suite per gli ospiti.
La cucina seicentesca con camino e sedute interne e un grande lavandino di pietra locale di Tresivio pavimento in cotto lombardo restituiti all’origine in un recente restauro. Nel secondo locale una grande camera da letto affaccia sul giardino e la corte interna e dedicata alla famiglia friulana della madre del proprietario. In un grande ritratto ovale domina la nonna Olga Bonutti Filipputti, perde la mamma a 11 anni e viene portata dal padre nel miglior collegio dell’epoca, in Alta Savoia, dove resta fino all’età di 11 anni.
Il padre Filipputti costruiva serrature che vendeva in tutto il mondo, nei suoi viaggi con carovane attraversava l’Europa passando anche dalla val Chiavenna e sui carri portava anche la figlia. Su una parete è esposta una grande carta stradale dell’epoca che la nonna e suo padre portavano sul carro per seguire la strada. La nonna Olga parlava poco l’italiano ma molto bene il “diałeto venesian”, il francese, e il sinto, lingua degli zingari e di interscambio commerciale all’epoca.
L’appartamento nella seconda metà dell’ottocento fu abitato da un prozio prete che ha lasciato memoria di sé e del paese in una lettera accompagnata da una bottiglia di vino trovate sotto il pavimento durante i restauri: data 22 ottobre 1897 [ ... ] le speranze concepite nel 1848 – 1859 – 1870 andarono perdute... il vino costava 30 lire l’ettolitro ... a S. Bernardo vanno i signori in villeggiatura ... il paese ha 2200 anime ... ci sono due Latterie... firmato sacerdote Giuseppe Foppoli ( dice di sé ... pieno di brio)
Il primo piano della casa patronale consente di accedere direttamente al giardino, il secondo piano, di identico impianto, ospita l’appartamento privato della famiglia Cassan.
Il colonnello Antonio Cassan ha sposato la maestra Elisa Gerosa figlia del già citato ing Carlo Gerosa (Carlin) e introducendo l’ultimo cognome che ha riportato la casa all’originale splendore. Cassan di origine padovana di benestante famiglia borghese si ricorda Carlo Cassan, irredentista, giornalista, presidente del comitato “Pro Patria”, medaglia d’argento al valor militare.
È rimasto per ora escluso dal racconto il piano interrato del corpo residenziale, ma è il caso di rimediare perché, sotto le stanze affrescate, si conservano ambienti rustici decisamente interessanti.
Dalla prima corte, scendendo una scala larga quanto basta per passare agevolmente con la brenta, si entra in un locale piuttosto ampio, pavimentato con grossi lastroni di pietra e coperto da una volta a botte. Qui si conservano diversi attrezzi in uso fino a pochi decenni orsono e un vecchio torchio per pigiare l’uva. È lo spazio riservato alle degustazioni e di tanto in tanto si anima di gioiosi brindisi, come accadeva in tempo di vendemmia.
Un locale voltato di dimensioni inferiori era sempre destinato alle operazioni connesse con la pigiatura, mentre nella vicina cantina trovano ancora posto le botti usate per far riposare il mosto. Questo spazio già abbastanza ampio si raddoppia con la cantina al secondo piano interrato.
Rimane da visitare la bottega che affaccia su via Ginnasio, aperta nel secondo dopoguerra per ospitare un fruttivendolo. Nel guadagnare l’uscita piace far menzione del vicino negozietto di biancheria e profumi e del calzolaio e del maniscalco che animavano la contrada, maneggiando i propri attrezzi nei rustici che fan da sentinella al signorile ingresso del palazzo sul fronte opposto della via.


La lettera dal passato di Casa Cassan